LA CO-COSTRUZIONE DEL SETTING NELLA RELAZIONE ANALITICA

di Alberto Lampignano

Ho intitolato l’ultimo mio lavoro sul setting che sarà pubblicato sul n. 6 (giugno 2019) dei Quaderni del Ruolo Terapeutico “La gestione del setting è il trattamento analitico”.

Il mio pensiero si discosta dalla concezione tradizionale che intende il setting come una cornice da preservare sempre uguale, invariata, grazie alla quale, proprio perché stabile, si può monitorare il processo che in esso si muove. Ritengo, differentemente, setting e processo interconnessi e addirittura consustanziali.

Comincio con Freud, non tanto perché sembra che un lavoro scientifico debba imprescindibilmente principiare con una citazione del fondatore della psicoanalisi, ma perché certe sue parole sono ancora attuali oggi. Freud in “Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi” afferma (1913, p. 333) che le regole che sta proponendo (sì parla di “regole”) sono da intendersi “come consigli e non [dobbiamo] pretendere che vengano accettate incondizionatamente”. Le ragioni per cui è opportuno che i “consigli” non si traducano in “regole” vanno trovate sia nella “varietà delle costellazioni psichiche”, sia nella “plasticità di tutti i processi psichici e la quantità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti”. Freud per evitare fraintendimenti ribadisce in modo inequivocabile: “Sono tutti elementi che si oppongono ad una standardizzazione della tecnica”. Tuttavia è opportuno “stabilire le regole per un comportamento mediamente appropriato” (p. 334). V’è da aggiungere che, nel prosieguo della trattazione, Freud sembra essere molto meno tollerante nel proporre le regole. Di qui la rigidità che per tanto tempo ha caratterizzato la condotta dell’analista.

Le regole hanno solitamente la funzione di facilitare qualsiasi attività a cui ci si dedica. Hanno la funzione di ridurre il più possibile gli errori e rendere più efficace e meno dannoso l’operato. Ma quando si parla di regole, bisogna vedere quali sono e come vengono applicate. Ora è chiaro che non ci possono essere regole fisse, uguali per tutti i pazienti e per tutti gli analisti, ma possono variare per ogni coppia analitica. Per di più, siccome il paziente cambia nel corso del trattamento, quindi cambiano le modalità relazionali, anche gli elementi che compongono il setting sono soggetti inevitabilmente a cambiare.

Il setting, ovvero i modi dell’incontro, fa parte di un accordo, quasi sempre proposto dal terapeuta. E’ quindi un accordo, un’intesa fra due persone, una delle quali propone i termini perché è l’esperto e dovrebbe sapere cosa e come sia meglio fare per affrontare una psicoterapia. Ma i termini, come ho già detto, sono suscettibili, di essere ricontrattati, poiché la persona del paziente soprattutto nel corso del trattamento cambia e può mostrare bisogni ed esigenze diverse rispetto a quelle iniziali. Quindi ogni coppia analitica dovrà strutturare i modi più adatti per lavorare.

Ma i modi dell’incontro non riguardano solo gli elementi esteriori (luogo, orario, onorario ecc.), riguardano anche quello che viene chiamato “setting interno”. I due setting si intrecciano continuamente, l’uno influenza l’altro. Lo testimonia senza incertezze Winnicott (1989, p.115): “In alcuni casi, comunque, il setting e il suo mantenimento si rivelano, alla fine di un’analisi ma anche all’inizio, importanti quanto il modo con cui il materiale viene trattato. Per alcuni pazienti, il fatto di strutturare e di mantenere il setting è più importante del lavoro interpretativo”.

I modi concreti, pratici dell’incontro possono condizionare la relazione analitica. Ferenczi (1931, p. 67) fa una riflessione molto preziosa: “Una specie di fede fanatica nelle risorse della psicologia del profondo mi ha sempre indotto a considerare gli occasionali insuccessi come conseguenze della nostra personale inettitudine piuttosto che di una “incurabilità” del paziente, sicché di fronte ai casi difficili, quelli che non potevano essere risolti con la tecnica abituale, mi sono trovato nella necessità di modificare la tecnica stessa […] non ho mai smesso di chiedermi se la causa dell’insuccesso sia sempre la resistenza del paziente o non piuttosto del nostro rifiuto ad adattarci – anche a livello metodologico – alle caratteristiche della persona”. Ferenczi non usa mezze parole, parla di “nostra personale inettitudine” e di “nostro rifiuto ad adattarci alla caratteristica della persona”. E’ invece il paziente che deve adattarsi, non l’analista, secondo i più, in ossequio ad uno dei pilastri del trattamento analitico che contempla la frustrazione del paziente, perché si possa fare analisi. Ciò è valso finché la psicoanalisi non si è occupata dei bambini e degli psicotici, nel cui trattamento tutto l’armamentario tradizionale è entrato in crisi.

Ma come deve essere il setting? Pellizzari (2012, p. 967) afferma che fino a pochi anni fa – non sappiamo quanti – imperava un forte dogmatismo: “Un tempo non lontano il setting veniva considerato, almeno ufficialmente, alla stregua di un Canone dogmatico con regole fisse, che scendevano nei dettagli più estremi, e la funzione dell’analista veniva spesso descritta quasi fosse una funzione sacerdotale di difesa e protezione del setting medesimo (protezione e difesa naturalmente condivisa col paziente). […] All’interno di tale struttura rigidamente definita era possibile un trattamento che ambisse alla qualifica di ‘psicoanalitico’; questo indipendentemente dal suo risultato pratico”. Pellizzari sostiene che ciò avveniva in “un tempo non molto lontano”. Ma Ferruta (2013, p. 618) recentemente ha sostenuto che: “l’analista deve essere fermo nella tenuta degli elementi del setting fattuale e infinitamente aperto in quelli del setting mentale”.

Se pensiamo ai pochi analisti che si sono sentiti liberi di apportare modifiche alle modalità in cui può svilupparsi un trattamento analitico, viene da apprezzare grandemente Eissler che nel lontano 1953 aveva introdotto il concetto di “parametro”, secondo cui era possibile modificare la cornice del trattamento psicoanalitico, per venire incontro alle esigenze del paziente. Però bisognava tornare il prima possibile all’assetto conosciuto e codificato. Winnicott era uno dei pochi, che nonostante avesse un certo seguito a livello teorico (non so quanti lo abbiano seguito nella pratica) sottolineasse l’assurdità di mantenere invariate le condizioni concrete e formali del setting psicoanalitico: “Nei casi di cui sto parlando, non si pone mai il problema di offrire soddisfazioni come di solito si crede a una seduzione: il fatto è che se si offrono certe condizioni si riesce a lavorare, se invece queste condizioni non vengono offerte non ci si riesce, e sarebbe meglio non provarci nemmeno. Il paziente non si mette a lavorare con noi a meno che non gli offriamo le condizioni necessarie” (1989, p. 116).

“Offrire le condizioni necessarie”, questo mi sembra il problema fondamentale, che Ferenczi, come si è visto sopra, si pone senza tentennamenti. Ma sappiamo quante critiche gli vennero rivolte, a volte brutali, a causa della sua libertà e della sua attitudine a sperimentare nuove soluzioni tecniche.

Una svolta davvero innovativa l’ha segnata la psicoanalisi relazionale, la quale ha abbandonato quasi completamente l’assetto tecnico tradizionale, perché ritiene che solo l’incontro vero tra due persone e le emozioni e i sentimenti che vengono esperiti nella stanza d’analisi possano destrutturare le dinamiche penose e dannose che il paziente porta in analisi. Mitchell (1997) individua dei criteri guida che meglio si attagliano all’analista osservatore partecipe ed emozionato: la disciplina, il senso di responsabilità e l’autoriflessione.

Il fare tecnico non deve basarsi sui comportamenti da tenere, o quelli da evitare, ma sull’esercizio costante dell’autoriflessione rispetto al proprio coinvolgimento emotivo (di cui parlerò in seguito); non deve basarsi “sull’applicazione di verità generali, ma su una partecipazione creativa”. “L’attività dello psicoanalista richiede un modo particolare di fare esperienza e di pensare”.

Vengo ora ad esaminare brevemente le “regole” proposte da Mitchell:

1) credo che il principio della disciplina venga inteso da Mitchell come capacità di esercitare un metodo con consapevolezza e rigore, per non scadere nell’improvvisazione, o nel fare psicoanalisi selvaggia. A me piace aggiungere a questo significato anche quello etimologico, che sottolinea l’aspetto “apprenditivo”. Chi si attiene a una disciplina si pone nell’attitudine del discipulus, ossia di chi impara. Quella del discipulus è la condizione di chi si pone “inclinato” verso l’altro, perché sa che gli proviene qualcosa che non ha e che sente indispensabile per la sua educazione e crescita. La disciplina, a cui si attiene l’analista, lo dispone ad un “ascolto rispettoso” (Nissim Momigliano, 2001) dell’altro, con cui fa esperienze nuove e ne trae nuova conoscenza, non raramente guidato dal suo interlocutore. L’analizzando non solo è il miglior collega dell’analista, come dice Bion (1983, p. 113) ma può, se ascoltato, essergli maestro: “abbiamo molto da imparare dai nostri pazienti e allievi e, beninteso, anche dai bambini”, sostiene Ferenczi (1931, p. 73);

2) rispetto all’altro concetto, enucleato da Mitchell, quello di “responsabilità”, ritengo di fare alcune precisazioni. Un analista non è responsabile perché risponde in base a un codice morale o a un’autorità delle proprie azioni, prevedendo rischi ed effetti, e pagandone eventualmente le conseguenze. In questo senso compaiono elementi morali non sempre congrui con la situazione analitica, come codice e obbligo. Anche in questo caso, come per “disciplina”, sottolineo le radici semantiche del termine. La responsabilità è una capacità, una sensibilità (non per nulla diciamo: senso di responsabilità) di saper “rispondere” all’altro. La responsabilità non può prescindere dall’ascolto dell’altro, per poter rispondere appunto in modo appropriato, adeguato alle sue parole e ai suoi sentimenti. Quando si è responsabili ci si fa carico delle conseguenze che le nostre parole e i nostri atti provocano nell’altro. Ciò mette in discussione la condotta dell’analista – ossia la fa oggetto di riflessione, non solo da parte sua, ma anche del paziente. E’ bene ricordare che l’analista tende a credere che, se il paziente non è d’accordo con la sua interpretazione, si tratta di resistenza. Costui è un analista supponente, che crede di essere onnisciente e quindi non responsabile; anche annoiato, perché non ha niente da imparate dall’analizzando. Un analista che si atteggia in questo modo – e, a quel che mi risulta, non sono pochi – è un analista che nega se stesso, come sostiene Pontalis (2013, in realtà 1970): “Non appena ci si siede nella propria poltrona e si dice ‘Io sono colui che può decifrare l’inconscio’, si colloca l’altro nella posizione di analizzato. Così si fa una caricatura della situazione analitica. Vi è uno da analizzare, e l’altro che detiene il sapere sull’inconscio” (p. 97).

Nella relazione analitica si è responsabili, se si ritiene che ciò che viene detto dall’analizzando non è solo transfert, ma può essere espressione di una reazione alla relazione attuale, quella nata lì, nell’incontro con quel dato analista, con la sua personalità e carattere, quindi con “i suoi peculiari ingombri, punti ciechi, angosce e difese” (Nissim Momigliano, 1994, p. 271). Essere responsabile significa appunto interrogarsi sugli “ingombri, punti ciechi, angosce e difese” e quanto essi possano influenzare la relazione in atto. Essere consapevoli del proprio controtransfert significa non solo, come comunemente si crede, essere capaci di cogliere in sé i movimenti affettivi provati nella relazione con il paziente, ma soprattutto, essere consapevoli che non tutto ciò che proviamo rientra nella sfera della consapevolezza. E’ ciò che aveva capito parecchi decenni fa Ferenczi (1932, p. 92): “A poco a poco mi convinsi che i pazienti avevano una sensibilità estrema per i desideri, gli umori, le simpatie e le antipatie dell’analista, una sensibilità di cui l’analista stesso può essere del tutto inconsapevole”. E poco dopo ribadisce il concetto, a dispetto di chi non vuol capire: “I pazienti non sono toccati dalle frasi teatrali di compassione, ma soltanto – devo dire – dalle manifestazioni di reale simpatia. Su quale base essi riconoscano questa simpatia – dal tono della voce, dalle parole che scegliamo o da cos’altro ancora – non saprei dire, sta di fatto che dimostrano di possedere una curiosa conoscenza, direi quasi una forma di chiaroveggenza, per ciò che riguarda i pensieri e le emozioni dell’analista” (p. 95). Dobbiamo essere capaci di ascolto, ed essere fiduciosi (non essere sicuri, che è cosa ben diversa) nel contributo di conoscenza – sì di conoscenza – che l’analizzando può apportare nella relazione analitica;

3) mi occupo infine del “coinvolgimento affettivo nell’autoriflessione”. È un’espressione che merita uno svolgimento per comprenderne il significato. Lo riassumo sinteticamente in alcuni punti: a) la consapevolezza che gli accadimenti analitici sono co-costruiti dalla coppia analitica permette di dare l’adeguato rilievo al contributo dell’analista. Questi quindi s’interroga sulla natura del suo contributo; b) è prioritario per l’analista monitorare ciò che avviene in lui, perché gli permette di comprendere con maggior perspicuità i movimenti relazionali. Potremmo dire che l’attenzione vada rivolta al controtransfert, che comprende non solo ciò che gli viene attivato dal paziente, ma anche dalla sua affettività e dai suoi valori, dalla sua storia e dalla sua teoria, e anche quindi dal suo transfert; c) è il coinvolgimento dell’analista un fattore essenziale per il lavoro analitico, poiché permette al paziente di essere capito nell’esperienza viva delle emozioni e di poter fare una delle esperienze più “curative”, che è quella della condivisione. Il coinvolgimento deve coniugarsi con l’autoriflessione sul proprio coinvolgimento, ossia l’analista deve per quanto possibile essere cosciente di che cosa prova e perché. Quindi deve vivere l’esperienza e insieme promuovere la sua capacità di pensare, pratica davvero assai difficile, perché comporta due campi esperienziali che solitamente non si danno in un’unica unità di tempo, ma in successione.

Viene da sé, da quanto abbiamo detto finora, che il motore del cambiamento sia soprattutto la persona dell’analista, non solo per il suo contributo di conoscenza legato all’interpretazione, ma anche per la sua capacità di promuovere, con la sua sintonica partecipazione e con la sua persona in relazione, esperienza nuova rispetto alla riproposizione di dinamiche ripetitive.  Ciò che attiva soprattutto il cambiamento è il lavoro che l’analista compie su se stesso, per modulare il suo assetto disposizionale nel campo relazionale e per trovare in sé nuove modalità di interazione. Infatti spetta all’analista “trovare un modo nuovo di partecipare, anzitutto nella sua esperienza personale e poi con il paziente” (Mitchell, 1997, p. 59). Quindi è opportuno, per quanto possibile, che egli conosca di volta in volta ─ attraverso l’esercizio autoriflessivo ─ quale sia la sua disposizione analitica (Lampignano, 2011) nei confronti dell’interlocutore.

Per quanto riguarda la disposizione analitica è importante per l’analista interrogarsi sul suo rapporto con la propria teoria. Ferenczi (1932, p. 94): “Non devo minor gratitudine ai pazienti che mi hanno insegnato quanto noi siamo inclini a ostinarci in determinate costruzioni teoriche, lasciando invece passare inosservati fatti che comprometterebbero la nostra sicurezza in noi stessi e la nostra autorità”.

La sicurezza che possiamo sfoggiare in analisi può essere il risultato della nostra insicurezza. La teoria, che copre uno spazio limitato del campo esperienziale, non ci aiuta sempre e comunque ad orientarci nel groviglio emozionale della relazione analitica. Tuttavia spesso, non riuscendo a tollerare l’incertezza, ci aggrappiamo ad essa, ossia al già noto, anche se risulta del tutto inadeguata o addirittura fuorviante.

Nel setting entra quindi una pluralità di elementi, che rende difficile la sua definizione. Dobbiamo riconoscere, come spesso accade per i concetti fondamentali di ogni disciplina, che essi, se si vogliono definire con sufficiente precisione, comportano la trattazione di quasi tutta la disciplina di riferimento.

Si è visto come il setting ha a che fare con i sentimenti dell’analista, con il controtransfert, con la tecnica e con la propria teoria. Quindi gli elementi formali, concreti, dell’incontro assumono fondamentale valore nella costruzione della relazione analitica.

Contrariamente a quanto ritiene Ferruta e con lei buona parte degli analisti, Pellizzari (2017, p. 898) sostiene che gli aspetti pratici, concreti, non devono essere precostituiti: “Il setting non sia premessa, ma il risultato del lavoro analitico”, perché è costitutivo della relazione analitica.

Infatti Pellizzari asserisce che il setting è strettamente legato al controtransfert: “il setting nel momento stesso in cui consente di osservare il manifestarsi del transfert-controtransfert, in realtà lo determina e lo condiziona” (2013, p. 54); “Il setting si forma strada facendo parallelamente al costituirsi di un mondo interiore” (p. 59). Il setting non è perciò solo il luogo della relazione, il palcoscenico in cui avvengono i movimenti relazionali e affettivi degli attori, compartecipa alla trama relazionale della coppia analitica.

Quindi è lecito parlare di setting costitutivo della relazione analitica nel suo complesso, in quanto gli elementi contrattuali del rapporto, ossia quegli elementi che fanno parte dell’accordo non sono, come s’è già detto, pura cornice, ma costituiscono il requisito essenziale del rapporto analitico. E come ogni accordo permette il principiare e lo sviluppo di una relazione.  Quando ci sono infrazioni all’accordo da una delle parti, o da entrambe, il bello dell’analisi è che se ne parla. E in una buona analisi si possono trovare aggiustamenti reciproci, per poter stare insieme e poter lavorare proficuamente. Non solo deve adattarsi il paziente all’analista, come per tanto tempo si è fatto e come ancora molti continuano a fare, ma anche l’analista al paziente. E ciò avviene, senza provocare scandalo, con i pazienti gravi, coi bambini e con gli adolescenti.

La concezione del setting come cornice tende a oscurare, se non ad annullare, quelle situazioni in cui il paziente arriva sempre puntuale, non manca mai una seduta, paga l’onorario quando deve ecc. Se il paziente non devia dal setting, ma lo osserva senza mai discuterlo, senza mai trasgredire, per l’analista quasi sempre non ci sono problemi. Invece molto spesso i problemi ci sono, eccome! Il paziente ligio, eccessivamente rispettoso, attento alle esigenze dell’analista, presenta una problematica seria, di segno contrario a quella di chi viola costantemente i termini dell’accordo. Il paziente che osserva scrupolosamente nel corso dell’analisi gli accordi iniziali, è una persona più attenta al suo interlocutore che a se stesso, e ciò deve essere oggetto d’analisi. Proprio in questa osservanza eccessiva, e non in altro modo, si manifesta la problematica del paziente. Ritenere che il rispetto del setting non faccia problema, è un grave errore, perché non si coglie il valore relazionale insito nel setting.

Le varie componenti del setting devono essere condivise, e quando non lo sono diventano la materia elettiva del trattamento analitico. Se non si riesce a farne argomento di riflessione, il rapporto si può interrompere.

Ultimamente avverto che sono gli “elementi concreti” del rapporto analitico: le assenze, i ritardi, la richiesta di aumentare o diminuire le sedute, il pagamento, che fanno da segnali rossi, ossia marcatori visibili, rispetto a ciò che sta avvenendo nel rapporto con l’analista. Le narrative o anche gli scambi diretti tra analista e paziente a volte sono meno importanti, perché i contenuti inconsci si manifestano attraverso l’investimento delle modalità concrete, corporee, ambientali della relazione. Non so se in analisi ora vediamo persone più a disagio di quanto si vedevano in passato, quando i pazienti sembravano avere meno difficoltà a mantenere inalterate le condizioni materiali dell’analisi, che per altro l’analista tendeva a mantenere rigidamente, poiché le riteneva componenti di una cornice sempre uguale al cui interno si verificavano i movimenti emancipativi o regressivi dell’analizzando. Oppure se essendosi indebolito il principio d’autorità, il paziente si sente legittimato a una maggiore contrattazione e mette in difficoltà l’analista proprio laddove egli si sentiva più sicuro, perché quegli elementi facevano parte del contratto iniziale, imposto più che proposto, e che riteneva immodificabili.

Il quadro storico-culturale è decisamente cambiato. La psicoanalisi è chiamata a rispondere ad esigenze diverse e conseguentemente a rinnovarsi. Mi viene da dire che il cambiamento più rilevante, che comporta una serie di cambiamenti e adeguamenti, riguarda la trasformazione della disposizione analitica: da quella neutrale o che cerca di acquisire la neutralità a una disposizione partecipata, in cui il lavoro fatto su di sé è il motore del trattamento analitico e da cui possono scaturire interpretazioni meno standardizzate dalla teoria e più congrue in termini affettivo-relazionali.

Si tratta per l’analista di operare dentro di sé un lavoro continuo per potersi sintonizzare con gli stati d’animo dell’analizzando, per poterlo così incontrare e comprendere, e fare evolvere la relazione. L’analista nell’attiva ricerca dell’incontro non rinuncia al suo mondo emozionale, ma lo mette al servizio della relazione e dell’analisi. L’importante è che possa comprendere di volta in volta l’influenza che il suo sentire ─ che prende forma nella relazione in una o più disposizioni ─ esercita nella determinazione degli accadimenti analitici. E’ indispensabile che nel suo disporsi tenga conto della capacità attuale del paziente di tollerare la sua presenza senza troppo disagio e sofferenza, perché si possa costruire un rapporto più evoluto. Per questo ritengo che in una buona relazione d’aiuto è chi è in posizione up, ossia quello che offre aiuto, a cambiare assetto interiore e quindi anche le condizioni materiali di cui è sostanziata la relazione. Sono convinto che se vogliamo stare in relazione con persone che ci importano, con cui abbiamo un progetto a cui teniamo, dobbiamo essere noi, che diamo aiuto, a porci in una disposizione che faciliti l’altro – il quale chiede il nostro intervento, perché non riesce a modificare la sua condizione esistenziale – per offrirgli condizioni favorevoli al cambiamento. Insomma il cambiamento va operato sull’assetto disposizionale dell’analista. E ciò deve avvenire soprattutto nei momenti difficili, d’impasse, poiché il nostro interlocutore non può, non è capace di cambiare da solo.

Nella relazione proprio la torsione degli elementi formali del setting permettono di monitorare ciò che sta avvenendo nella stanza d’analisi tra paziente e analista. Le torsioni vanno esaminate, interpretate, per comprendere che tipo di relazione si sta in quel momento svolgendo all’interno della coppia analitica, e per capire quale disposizione s’è attivata nell’analista stesso in seguito a specifiche proposte relazionali del paziente. Le torsioni devono essere vissute, dopo il lavoro necessario, come risultato condiviso e sufficientemente soddisfacente per il prosieguo del lavoro.

Infatti come sostiene Pellizzari (2017, p.897/8): “Il setting prende forma e insieme ad esso il mondo interno. In altri termini possiamo notare come, sempre più spesso, il setting non sia la premessa, ma il risultato del lavoro analitico […] L’analista deve consentire al paziente di scoprire il setting come una creazione, come un suo setting, opera unica, originale”. Queste parole mi sembrano veramente illuminate e illuminanti. Aggiungo che il sentire il setting come un costrutto creativo e originale da parte del paziente non va disgiunto dal sentimento altrettanto forte di percepirlo come opera duale, come una costruzione congiunta, come un figlio della coppia genitoriale. E’ un’impresa comune, anche se il paziente sente giustamente che egli è riuscito a costruire dentro di sé un mondo nuovo.

Concepire il setting come co-costruito dalla coppia analitica non oblitera naturalmente tutto ciò che sappiamo, e viviamo nella stanza d’analisi, sul transfert, sul controtransfert, sulle resistenze e sulle difese del paziente. E’un patrimonio imprescindibile per la pratica analitica. Ciò che con convinzione e decisione viene affermato qui è che quella conoscenza corrisponde alla visione di una sola faccia della luna. Concepire il setting come co ̶ costruzione permette di scoprire l’altra faccia della luna, quella che per troppo tempo è rimasta invisibile. Significa pertanto cominciare ad avere una visione non parziale, più completa del mondo che vogliamo studiare e conoscere, per avere maggiori strumenti per trasformare, per quanto possibile, la sofferenza in benessere.

S’è detto che lo strumento dell’autoriflessione riveste un’importanza basilare per l’analista. Ma l’autoriflessione non ha basi sicure. Non si sa mai in anticipo se la nostra disposizione analitica e di conseguenza se il setting che proponiamo può essere evolutivo o difensivo, irretito dalle dinamiche transfert/controtransfert. Lo possiamo capire nel crogiuolo più o meno caldo della relazione in atto. Spesso a posteriori, e a volte mai. Ciò che possiamo fare è stare in ascolto di ciò che il nostro interlocutore ci fa sentire e provare a comprendere il nostro sentire, per cercare di distinguere, per quanto possibile, se il nostro è un sentire “reattivo”, dettato dalle dinamiche transfert/controtransfert, o abbastanza libero da poter scegliere di essere là dove noi riteniamo opportuno che sia giusto esserci, e come esserci. La capacità di trans-itare con una certa facilità e fluidità da una disposizione all’altra penso sia indispensabile per co-costruire un setting con il paziente, che sappia contenere le angosce, le sofferenze, ma anche le gioie, le spinte di autonomia e di crescita di chi ci ha chiesto aiuto per superare le proprie difficoltà e i propri disagi.

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Parole chiave

Setting, Setting co ̵ costruito, controtransfert, autoriflessione, disposizione analitica

Credits: foto di Alberto Lampignano