INDICATORI DI CAMBIAMENTO NEI SOGNI: MOVIMENTO E SPAZIO

di Alberto Lampignano

Freud (1922, p. 488) afferma che “l’Io è anzitutto un’entità corporea”. Gaddini (1981, p. 3), riprende il concetto e puntualizza: “

la psicoanalisi considera il corpo e la mente sotto l’aspetto di un ‘continuum’ funzionale.

Egli differenzia l’“incorporazione”, modello di funzionamento fisico, dall’“introiezione”, modello di funzionamento mentale. Ritiene che siano due modelli analoghi, ma differenziati. Ammette: “

ciò che non sappiamo è in quale modo il modello funzionale fisico viene convertito in un modello parallelo psichico” (p. 5).

E’ bene aggiungere che ciò vale anche per il percorso inverso: dallo psichico al fisico, come sappiamo dalla psicosomatica. La differenziazione della mente dal corpo si ipotizza possa verificarsi già durante la fase intrauterina, e che il passaggio dal funzionamento fisiologico a quello mentale avvenga quando si è instaurata la memoria di un modello fisiologico:

La memoria potrebbe essere un punto-chiave del passaggio dal funzionamento fisiologico a quello mentale” (p. 6).

A me pare assai interessante l’ipotesi della memoria di un modello fisiologico, poiché può suffragare la supposizione che un modello fisiologico orientato al benessere può avere ripercussioni positive sul funzionamento della mente. Si tratta insomma del vecchio adagio ciceroniano: mens sana in corpore sano. Inoltre la memoria s’instaurerebbe, registrando “il carattere ritmico e ripetuto del funzionamento fisiologico”. Quindi ritmo e memoria si strutturerebbero presumibilmente in maniera sinergica, con ripercussioni sull’interconnessione tra funzionamento fisiologico e funzionamento psichico. Il che può orientare le condotte terapeutiche nel tenere nella dovuta considerazione la loro reciproca influenza e nello stabilire strategie mirate allo sviluppo, sia del processo terapeutico che delle risorse del paziente.

Che il ritmo sia elemento essenziale nel passaggio dal corpo alla mente è confermato dai rilievi clinici di Baruzzi (1985). A supporto di questa sua ipotesi riporta la sua esperienza con bambini psicotici, che sono usciti dalla psicosi attraverso esperienze in cui il ritmo era l’elemento essenziale. Di più: il ritmo è elemento fondamentale per ogni aspetto della vita, ed in particolare per ogni espressione artistica (pp. 249-250):

Il ritmo sembra essere un bisogno: i bisogni hanno dei ritmi: il mondo vivente si articola e si ordina secondo ritmi ben precisi. Il ritmo è la legge costante delle funzioni organiche, contrazione del cuore, sistole-diastole, respirazione e dei movimenti muscolari. […] Il ritmo si trova in tutte le arti del tempo e dello spazio: musica, danza, poesia e prosa, architettura, scultura, pittura, cinematografia. […] Vorrei specificare l’accezione con cui uso la nozione di ritmo che in realtà è ambigua e assai complessa e cioè intendo il ritmo come interruzione di ciò che si sa che ritorna; un’esperienza che si ripete nel tempo ma in modo nuovo.

Gaddini (1981, p. 13) sostiene che il bambino, una volta che ha acquisito la memoria, non riesce tuttavia a distinguere la riattivazione mentale dalla ripetizione effettiva dell’esperienza, e ciò fa sì che ogni ripetizione sia sentita come un “processo creativo di sé”, analogamente alle esperienze transizionali descritte da Winnicott. Quindi la memoria delle esperienze riguardanti il corpo e in particolare quelle legate al ritmo, potenziano la vitalità e la sicurezza di sé.

La sicurezza di sé viene invece messa in crisi dalle esperienze di separazione. E’ proprio la percezione dell’oggetto e quindi della separazione di sé dal mondo che turba più o meno profondamente l’organizzazione del bambino. Sempre Gaddini (1981, p. 17):

Mi sembra di poter dire che, in genere le sindromi psico-fisiche dei primi diciotto mesi (e forse anche successivamente, fino a quando uno sviluppo è in corso) si riferiscono a una patologia della mente relativa al distacco e alla separatezza.

Tutte queste osservazioni sono assai preziose per permetterci di affermare che distacco e separatezza si sperimentano in primis a livello fisico, corporeo. Ci permettono di comprendere che la separazione di sé dal mondo avviene secondo la percezione dello spazio. E perché si crei lo spazio ci deve essere movimento. Viene da sé che spazio e movimento sono quindi intrinsecamente inscindibili nell’esperienza della separazione.

Già nella vita intrauterina il feto è capace di imprimere movimento al suo corpo. Sembra molto presto, dopo poche settimane di vita, prima della decima. Prima dei sette mesi varia il suo comportamento in base allo stimolo sonoro esterno. Si rileva che a causa di uno stimolo sonoro ad alta frequenza il movimento viene inibito (Manfredi, Imbasciati, 2004, p. 31). Quindi quando si avverte un disagio, più o meno intenso, è l’esperienza del movimento che viene inibita. Il muoversi nello spazio e il disagio hanno quindi strette connessioni: dove non c’è disagio ci si muove più o meno liberamente, laddove invece si avverte sofferenza subentra una restrizione del movimento, fino all’immobilità. Naturalmente, come sempre, non esistono dinamiche che valgono sempre e comunque: basti pensare ai bambini cosiddetti ipercinetici.

Carla Preve (1994), seguendo una linea di ricerca e di pensiero autonoma, conferma tuttavia le argomentazioni riportate poco sopra. Non ha incertezze nell’affermare che gli indicatori di movimento possono essere molto importanti per monitorare le fini analisi o i cambiamenti durante il trattamento analitico. E si lamenta che essi siano stati trascurati dalla letteratura psicoanalitica.

La psicoanalista genovese afferma (pp. 60-61).

Penso che sia molto importante cogliere gli indicatori di movimento, ossia le modalità in cui il paziente, attraverso l’uso delle diverse metafore, si muove all’interno di se stesso e nei suoi rapporti con gli altri, tratta aspetti del sé, i propri oggetti interni ed esterni, i propri pensieri, le proprie emozioni e i vincoli affettivi. […] La comparsa degli indicatori di movimento […] e la loro interpretazione, anche dopo che si è stabilita la data della fine, determina spesso un salto quantitativo del processo psicoanalitico.

Preve non si chiede però perché il movimento debba avere una stretta connessione con il cambiamento. Fa questa constatazione con vigore e convinzione, ma non offre una chiave interpretativa.

Da parte mia, ritengo che il movimento abbia a che fare con l’espressione di tutta la persona, sia nella sua corporeità, sia nell’organizzazione della vita psichica. Il movimento, come si è visto, primieramente e in modo elettivo coinvolge il corpo, quindi la sensorialità e le emozioni. Il movimento s’intreccia così strettamente con l’espressività della persona che quando l’ambiente manda stimoli disturbanti, il feto, come abbiamo visto, si paralizza. Quindi i rilievi sul movimento possono dirci del benessere o meno del paziente, perché la sofferenza lo rallenta, fino a inibirlo.

Il filosofo Vittorio Matthieu (1984, p. 34) ci aiuta a capire un po’ di più il valore del movimento, che si esprime nello spazio, che ha rispecchiamento nello spazio interiore. Egli si chiede:

Come può definirsi lo spazio? Lo si può definire come la dimensione, o l’insieme delle dimensioni, della mia possibilità [sottolineatura mia]. Tutto ciò che posso fare, infatti, per modificare il mondo della mia esperienza si riduce a spostare gli uni rispetto agli altri gli oggetti nello spazio. Questa modalità dell’azione può anche non essere rilevata esplicitamente. […] Quando, ad esempio, parlo in modo spontaneo, non penso allo spostamento delle corde vocali, delle particelle nell’aria, dei timpani delle orecchie e così via; ma quando voglio rappresentarmi oggettivamente e tecnicamente ciò che avviene quando parlo, sono costretto ad individuare dati materiali relativamente fissi, che vengono spostati gli uni rispetto agli altri nello spazio.

Mathieu (ibidem) mette in relazione lo spazio con il tempo, rilevando in ognuno il tratto essenziale che lo differenzia dall’altro, anzi che lo contrappone all’altro:

Se lo spazio può definirsi come la dimensione della mia possibilità, il tempo può definirsi come la dimensione della mia impotenza. Infatti io devo aspettare, e quindi il tempo deve scorrere per me, poiché non sono onnipotente. La mia azione incontra ostacoli, non può fare tutto, deve aspettare che qualcosa si faccia da sé, per raggiungere i suoi scopi: di conseguenza io vivo nel tempo.

Possiamo pensare allora che il movimento nello spazio esprima prevalentemente possibilità. Sottolineo prevalentemente, poiché si tende a pensare in modo lineare e non complesso. Ossia bisogna accettare che non esiste nulla nella vita che abbia sempre e comunque, in ogni contesto, una connotazione valoriale indiscutibile, positiva o negativa. Ogni valore va inserito nel contesto in cui si rivela e lì analizzare attentamente se, per rimanere sul terreno del movimento, esso è progressivo o regressivo. Eh sì, esistono anche movimenti che vanno all’indietro. Lo stesso discorso vale per un concetto che tendiamo a ritenere indiscutibilmente positivo: “il nuovo”, come, a me pare, lo intenda Napolitani (1987). Ma anche per il nuovo valgono le medesime osservazioni che per il movimento.

Abbiamo visto che il movimento si lega al corpo. Non solo nelle sue componenti macroscopiche, che nel disagio si manifestano come sintomi psicosomatici, ma nelle sue espressioni più sottili: l’ampiezza della respirazione, il tono della voce, il sentirsi sciolti nei movimenti ecc. Penso che nel lavoro analitico si debba dare maggiore ascolto al corpo e al suo coinvolgimento nella relazione. Sono convinto che non ci possa essere cambiamento senza che il corpo emozionato non venga in qualche modo trasformato, non necessariamente a livello macroscopico.

Finora ho riportato opinioni di autorevoli psicoanalisti rispetto all’importanza del movimento nello spazio riferita al benessere e alla crescita del bambino e della persona. Il mio specifico contributo, partendo dai rilievi di Preve, sonda un terreno che, per quel che so, non è stato abbastanza coltivato: mi riferisco al legame tra il movimento e lo spazio che appare nei sogni. La dinamica tra movimento e spazio nel teatro onirico della mente ci permette di osservare la dinamica della creazione degli affetti e di nuove configurazioni relazionali.

Ciò che è interessante osservare nei sogni è l’azione plasmatrice che il movimento opera sullo spazio: lo modella, lo forgia, lo fa esistere con determinate connotazioni. E’ uno spazio fisico, esterno quello che viene messo in figura nel sogno, ma questo ha una corrispondenza stretta, seppur non sempre intellegibile, con gli spazi interiori psico-fisici, i quali nella spazializzazione assumono spessore affettivo.

Freud (1915-17, p. 324) sostiene in “Simbolismo nel sogno” che nel sogno

la figura umana nel suo insieme è oggetto di un’unica raffigurazione tipica, ossia regolare, che è la casa, come ha riconosciuto Scherner.

Non sono sicuro del contenuto di verità dell’affermazione freudiana, tenuto conto della creatività del sogno riguardo al simbolismo onirico. Soprattutto se viene affermato che la raffigurazione  di un oggetto è una e una sola. L’esperienza clinica, non solo mia, ha condotto alla constatazione che il corpo può essere raffigurato non solo come casa. Nella psicoanalisi il simbolismo onirico è stato riguardato per un tempo troppo lungo con un riduzionismo, attualmente inaccettabile. Come sperimentiamo ogni giorno nella nostra attività clinica il sogno si serve di molteplici simboli per indicare un unico oggetto, nonostante ci possano essere dei simboli più ricorrenti di altri, soprattutto nei sogni di una stessa persona. Ma l’intuizione freudiana, se non la assolutizziamo, ha un valore assai prezioso, perché crea una stretta similitudine tra il corpo e la casa. E la casa è fatta di spazi, di ambienti, di porte, di passaggi e di pareti. E’ uno spazio in cui ci si può muovere (liberamente oppure no) E’ vero, spesso, nella produzione onirica dove c’è una casa c’è un’anima.

Il caso clinico

Parlerò di un uomo di quasi 40 a., Pino, che ho conosciuto quando era ancora all’università e non riusciva a dare esami.

Ricordo che nel secondo colloquio, Pino, nonostante l’avessi invitato a dirmi come aveva vissuto il primo colloquio con me e, di fronte al suo mutismo, gli avessi fatto altri inviti perché mi parlasse di qualcosa che a lui importava, continuò a restare muto. Non rammento quanto durò il suo silenzio, ricordo che la rigidità del corpo, l’espressione angosciata del viso, l’impossibilità di dire mi misero addosso una tale agitazione che non tollerai più io il silenzio, che stava per scoppiare dentro. Presi allora (non so perché) una cartolina che avevo sulla scrivania, inviatami da un paziente, e lo invitai a descrivermi unicamente cosa in essa vedeva. Così si sbloccò la penosa situazione, che con intensità diversa si ripresentò in seguito altre volte. Da un punto di vista fenomenologico si può dire che il paziente desiderava dire, ma una qualche forza glielo impediva, provocandogli una forte tensione. Ci possiamo domandare già fin da ora: che cosa permise il superamento del blocco? Come sempre non è facile rispondere a domande la cui risposta implica la ricerca del concorso di concause, la cui origine è difficile da determinare, e a volte anche solo da ipotizzare. Tra le ragioni che mi sono dato, anche in ragione della conoscenza successiva del paziente e dell’analisi dei suoi sogni (che è il tema su cui intendo riflettere), credo che l’elemento spazio-distanza abbia avuto una certa rilevanza. L’ingorgo emotivo, esasperato da una per lui eccessiva vicinanza, che veniva accentuato da un severo Super-io che lo costringeva a sentirsi obbligato a una performance forzata (quella di parlare), poté in parte disoccludersi perché tra noi si era creato uno spazio più dilatato, non soffocante, con l’inserzione di un oggetto terzo rappresentato dalla cartolina. La cartolina, anche grazie alla richiesta semplice che gli veniva fatta (quella di descriverla), di fatto destrutturò in senso espansivo lo spazio e permise a Pino di strapparsi dall’immobilità, di imprimere movimento, seppur limitatamente, al suo corpo attraverso l’attività visiva, la fonazione, il movimento delle mani.

A questo riguardo è utile riportare un’osservazione di Freud relativa al movimento impedito, che si verifica nei sogni (1899, p. 310):

La sensazione di movimento impedito rappresenta un conflitto di volontà.[…] L’impulso, trasferito sulle vie motorie, non è altro che  la volontà; e il fatto che noi siamo sicuri di provare come inibito questo impulso nel sonno, rende tutto il processo straordinariamente adatto a rappresentare il volere e il “no” che gli si oppone. Dopo la mia spiegazione dell’angoscia è anche facile comprendere che la sensazione di inibizione della volontà è assai vicina all’angoscia e nel sogno si unisce spesso a quest’ultima.

Nel paziente troviamo proprio, come ipotizza Freud, conflitto di volontà, inibizione e angoscia. Credo che si possa aggiungere che il conflitto di volontà e l’inibizione derivava anche da un impulso aggressivo che il paziente non riusciva a gestire, ma lo paralizzava. Scopriremo successivamente che questa aggressività e la tensione inibitoria risaliva al rapporto con il padre, uomo assai critico e intollerante, che lo correggeva o lo sconfermava continuamente.

Il suo parlare anche nei momenti migliori procedeva a scatti, come se dovesse prendere la rincorsa per superare un ostacolo, superato il quale, poteva per un po’ procedere più libero. Era come se una forza lo trattenesse da una parte, ma anche come se egli stesso dovesse trattenersi per non far esplodere la sua ostilità. Anche il suo sorriso aveva un che di improvviso e scattante, come se non ci fosse in lui una fluidità (di movimento) nel sentire (e nell’esprimere) emozioni e sentimenti.

Dopo qualche tempo di trattamento analitico la sua condizione si manifestò come una non conclamata, anzi cripto depressione, derivante da una insufficiente elaborazione della separazione dalla madre. Essa era nascosta da tratti ossessivi e paranoidi, intrecciati a una aggressività ancora prorompente seppur trattenuta, che provocava impossibilità di vario genere e inibizione nel comportamento. Ma mostrava anche una certa energia e vitalità sia a livello fisico che intellettuale.

Nel corso del tempo il problema della perdita è stato affrontato e in modi diversi elaborato, anche se non si può dire ancora che sia stato elaborato in modo sufficientemente soddisfacente.

Recentemente ha avuto un figlio. Sia la decisione di cercare un figlio prima, sia la recente paternità poi, hanno provocato in lui movimenti depressivi, legati alla scelta, una scelta assai importante come quella di decidere di diventare padre. La perdita riguardava la sua condizione di uomo sposato relativamente soddisfatto, che conduceva una vita ordinata, fatta di attività abbastanza limitate, ma sufficientemente sicure: il lavoro, qualche viaggio, le visite ai parenti, la musica, e soprattutto la corsa.

Sogno:(prima della nascita del figlio)

ero con un amico e correvo per sentieri prospicienti il mare e mi piaceva scoprire nuovi paesaggi, erano belli. Poi cambia la scena e vedo (non sa come dire, imbarazzato, e s’irrigidisce) un neonato nel buco … nel cesso.

Si commuove e piange in modo trattenuto, a causa dell’ultima scena del sogno. Mi parla delle sue preoccupazioni per la nascita del figlio, si sente prigioniero (non riuscirà a fare le cose di prima, ma dovrà accudire la creatura). Si accorge che quando pensa al futuro lo vede sempre nero, non solo questa volta.

Mi parla, su mia sollecitazione, di lui piccolo (le sue comunicazioni riguardano sempre il presente, i problemi attuali e poche volte si è fermato a ripensare alla sua infanzia, se non per accenni). Gli piaceva giocare, ma non ricorda di aver mai giocato col padre e con la madre. Loro litigavano sempre e lo angosciavano. Poi parla di certi stati, di cui è preoccupato: sono situazioni in cui si sente apatico, non sente emozioni e sentimenti. Gli dico che però adesso è commosso. Forse teme che la sua parte nascente, quella di padre, quella che scopre nuovi paesaggi possa morire precocemente? Insieme constatiamo che quegli stati di apatia si creano in lui dopo speranze frustrate, che egli riconosce originate dal rapporto col padre.

Veniamo ora a esaminare il sogno. In esso compaiono due persone che vanno insieme, correndo, ad esplorare la natura, e sono paesaggi belli. Questo avvicendarsi di paesaggi diversi può rimandare alla scena analitica dove il nostro stare insieme permette di fare scoperte e di trovare diversi paesaggi dell’anima belli. Il paesaggio non ha connotazione in nessuna parte negativa, come sta avvenendo nelle ultime sedute, dove il paziente sembra scoprire la sua capacità di essere soggetto agente, che risolve le situazioni difficili, che fino a qualche tempo fa sembravano impossibili da cambiare (col suo capo, con i vicini).

Il correre, il movimento del corpo, di tutto il corpo, porta alla nascita di nuove visioni, di nuovi paesaggi, di nuove realtà. Il movimento rimanda quindi alla possibilità di far nascere qualcosa di nuovo rispetto ad una condizione embrionica di vita che nel sogno precocemente viene spenta: il neonato gettato nel cesso e che rischia di morire. E’ come se il movimento si arrestasse improvvisamente e da questo arresto lo spazio dilatato dei tanti paesaggi si restringesse di colpo in un buco, in un buco adibito alle deiezioni. E’ come se Pino che si sta vivendo come un corpo leggero, veloce, che si bea nell’aria della bellezza si ritrovi d’improvviso e inaspettatamente ristretto in un corpo di neonato, un corpo che precipita in un buco di scarico, trasformato in un oggetto vile da espellere, come cacca. Qui il corpo da vitale e dinamico si ritrova quasi morto o morto, comunque oggetto disprezzabile e da eliminare, che ha subito una drastica riduzione nelle sue dimensioni. L’assenza di movimento produce un collasso spaziale e affettivo. Si verifica una irrimediabile cesura, come se un intero universo affettivo esteticamente bello e vitale collassasse in un buco nero di morte. Come si può vedere lo spazio è il palcoscenico in cui sono rappresentati gli affetti e la loro diversa declinazione. Ed è il movimento nel suo svolgersi che attesta l’attivazione di belle sensazioni, che svaniscono però improvvisamente nel loro contrario, quando lo spazio si riduce a un buco.

L’interpretazione di questo sogno potrebbe mettere in risalto il fallimento dell’elaborazione del lutto (il non riuscire a lasciare la sua condizione attuale per approdare a quella di padre). Ma la mia disposizione d’animo, forgiata dalla relazione con il paziente nelle ultime sedute e soprattutto in quella in corso mi apre ad una prospettiva diversa. Avverto che l’applicazione, fin troppo facile, di quella ipotesi di senso che s’impone quasi come un’ovvietà potrebbe essere accattivante, persuasiva. Ma se la teoria facilmente mi spinge verso quell’interpretazione, la mia disposizione d’animo vi si oppone. Ciò che era stato esplorato e costruito nelle sedute precedenti sentivo che non era andato perduto. Anche nel sogno le immagini di vitalità sono chiare, vissute con intensità. Sento allora che il sogno non parla di un fallimento, ma segnala un pericolo. Sento che il sogno ammonisce, dà un avviso.  Fa forse una predizione, come ritenevano gli onirocritici antichi. Ritenni allora, sintonizzandomi con i sentimenti profondi di Pino (così avvertii), di non credere alla mortificazione della sua vitalità e del suo cambiamento, ma di metterlo in guardia rispetto a potenziali derive, che il suo inconscio gli rappresentava così icasticamente. Gli dissi che dentro di lui vi era una disposizione positiva che gli inviava un messaggio di allarme. Insomma che non c’era in lui una disposizione distruttiva che buttava nel cesso il bambino, ma che il suo inconscio lo avvertiva del pericolo. In questo caso sono perfettamente d’accordo con Nathan (2011) rispetto all’importanza dell’interprete del sogno. Se si fosse interpretato il fallimento del movimento evolutivo, ritengo si sarebbe compiuto un grave errore, deprimendo inutilmente e ulteriormente il paziente.

Ho ritenuto che il correre, che è forza vitale, sposandosi con la pulsione epistemofilica, potesse finalmente avere la meglio sull’angoscia di morte. Come si sarà notato, nel sogno non compare una figura che si prende cura del bimbo. Si assiste nella parte iniziale a un accoppiamento con una figura buona (l’amico) con cui condivide una situazione di bellezza e di benessere. Ed è questo un punto importante del sogno e della storia affettiva del paziente. L’accoppiamento empatico si esprime nella corsa, sviluppando la sua vitalità. Ma nella situazione di pericolo e di disagio, l’altro non compare.

Sul piano transferale-controtransferale possiamo pensare che il paziente insieme a me provi belle sensazioni, facciamo esperienze di scoperta, ma è come se egli senta che il suo bambino piccolo nelle situazioni di difficoltà, di angoscia non possa affidarsi fiduciosamente a una figura d’aiuto, che lo tuteli, come probabilmente ha sentito che così è avvenuto in passato nella sua vita. Dalla mia prospettiva avverto che, nonostante egli venga da me da parecchi anni, in cui si sono evidenziati indiscusse riconfigurazioni affettivo-relazionali di carattere evolutivo (come anche nel sogno compaiono), una sua intrinseca debolezza, mi fa temere una ricaduta o un percorso senza fine. Quindi tendo a credere che la mia interpretazione sia originata anche da un mio cambiamento nei confronti di Pino. Non l’ho intenzionato come quello poco capace di affrontare la separazione e mantenere una buona immagine di sé, ma come quello che avverte il suo problema e se lo rappresenta nel sogno. E comunicandomelo ha fiducia che possa presentificarsi una figura d’aiuto che lo faciliti in questa difficile situazione. Come in effetti è avvenuto nel corso della seduta.

In questo sogno, come si vede, c’è la copresenza dell’esprimersi di forze vitali e dell’esprimersi di forze mortifere. E ciò avviene in corrispondenza di un evento straordinario come quello di generare: la nascita del suo primo bambino fa risuonare nel paziente speranze e timori: di accedere a nuove realtà affettive (essere un nuovo e affettuoso papà) e contemporaneamente di attingere a quelle vecchie (il non essere capace di essere un buon padre, come il proprio). E anche nella dinamica transfert-controtransfert avviene una dinamica simile.

Dopo qualche seduta il paziente sembra riprendere e approfondire il tema del primo sogno.

Sogno: correvo su un sentiero in collina che a un certo punto si restringe: da una parte c’è uno strapiombo in cui ho paura di precipitare; dall’altra parte c’è una costruzione di vedetta, una specie di garitta, da cui dovrebbe aprirsi una grande vista su tutto l’ambiente sottostante. Riesco a superare il punto difficile. Mi ritrovo vicino alla garitta, da cui però non vedo quasi niente del paesaggio.

E’ anche questo un sogno di movimento nello spazio, in cui è possibile vedere meglio la dinamica tra morire e vivere: da una parte, la morte non ha la supremazia, c’è sì il pericolo di precipitare e di morire (ma in modo meno drammatico rispetto al sogno precedente), ma il paziente supera il punto pericoloso, quindi riesce a vincere le spinte autodistruttive. Dall’altra le forze vitali, espansive, pur facendo capolino, rimangono ancora ad uno stadio incompiuto, rivelando una vitalità non sufficientemente vigorosa. Il pericolo di morte evidentemente non viene elaborato adeguatamente, tant’è che il paziente riesce a transitare, andare al di là, ma l’approdo è un luogo angusto, di poca visuale. Come se la vita si riproponesse ancora limitata, con un’esperienza povera.

Rispetto al sogno precedente osserviamo un’evoluzione in cui invece che sprofondare in un possibile baratro mortale – il cesso – qui invece il baratro è superato. E’ vero, c’è ancora poca vita, insufficiente possibilità di dilatare la sua esperienza, di godere l’intero patrimonio vitale della sua persona. Anche qui il movimento si coniuga con lo spazio, in cui lo spaziare, il dilatarsi del corpo, in questo sogno, come nell’altro, viene tradotto dal senso della vista. Poi, d’improvviso, l’ampiezza sembra venga compressa: il sentiero si restringe. Il punto d’arrivo che dovrebbe essere la vista di un grande panorama si traduce nel suo contrario: si dissolve in quasi nulla da vedere.

Nella seduta successiva mi racconta che è stato un periodo buono, quello trascorso. E’ venuto a trovarlo la madre, che si è occupata del figlio, dando respiro a lui e alla moglie, la quale è riuscita a ritagliarsi del tempo per sé. Mi racconta di una lunga passeggiata fatta in collina con la madre e il bimbo, anche questa molto soddisfacente e di una corsa fatta per conto suo in cui ha goduto della bellezza del paesaggio e di tanta tranquillità.

Sogno: mi trovavo di fronte a una porta di pietra, che aveva non un arco completo, ma metà. Davanti c’erano dei gradini. Salgo i gradini ed entro attraverso la porta. Mi trovo all’interno e sento che ci sono degli spazi angusti, perché in mezzo alla stanza c’è un parallelepipedo di colore beige, non so sembra una stufa di quelle di una volta di mattoni, ma non so. Sta di fatto che mi muovo con difficoltà, e anche con circospezione. Poi vedo una porta, la varco e mi trovo invece in un ambiente ampio, arioso che dà su un giardino.

Pino sembra continuare la sua elaborazione. Da un luogo angusto, ossia stretto (il verbo angere vuol dire stringere, in particolare alla gola), passa a un luogo arioso, che comprende anche i giardini sullo sfondo. Anche le cose che mi dice in questa seduta sono vitali e a coloritura estetica. Al paziente, come a me, colpisce la porta con un arco a metà, come se anche la sua casa faccia fatica ad aprirsi all’esperienza, ma anche a far uscire, e quindi a comunicare sia con l’interno che con l’esterno. E’ un’apertura appunto a metà. La prima stanza parla ancora di spazio dimezzato, molto stretto, per la presenza di qualcosa di antico (stufa di una volta) che non riesce a rimuovere. La difficoltà a elaborare il lutto, ossia la sua scelta di diventare padre (trasformando così la sua vita di coppia, più libera e rassicurante e la sua immagine di figlio), mi sembra possa trovare simbolicamente riscontro nell’ingombrante parallelepipedo che rimanda a un’antica presenza, e che è difficile da rimuovere, proprio perché è rocciosa. Il movimento presente nel sogno parla della visitazione dei luoghi della sua anima. Pino sembra dire che la sua interiorità, quella antica è ristretta: non può contenere molto, lui stesso si muove con difficoltà. Ma poi proseguendo il cammino riesce ad accedere a uno spazio, che sembra essere di costituzione più recente, che è più ampio e più bello e vitale, affacciandosi su un giardino. Il fatto che nel sogno il paziente possa procedere da un luogo all’altro del suo mondo interno sta a significare che i suoi movimenti sono più fluidi, che egli non è relegato in un solo spazio, ma può aggirarvisi più liberamente. Bromberg (1998-2001) sostiene proprio questo: che la fluidità  di transitare tra le varie parti dissociate del Sé sia il fine dell’analisi.

E’ molto importante, come si può constatare in questi sogni, l’attivazione della vitalità del paziente. Perché questa è il necessario corredo per visitare le sue parti mortificate. Come risulta dall’analisi dei sogni e dalle sequenze cliniche riportate è fondamentale che il paziente trovi l’energia per muoversi all’interno del suo mondo affettivo, frequentando sia ciò che sente come devitalizzato, povero, dimezzato, morto, sia accedendo a stanze dell’anima che si fanno via via sempre più luminose, spaziose, ridenti. Questo movimento rimodella l’assetto interiore della persona in una prospettiva di una sempre nuova progettualità.

Come si è potuto facilmente rilevare negli ultimi due sogni non ci sono altre figure, oltre quella del paziente. L’analista con i suoi rappresentanti simbolici è ancora tenuto fuori. Ma ciò non mi sorprende e non lo ritengo per ora un elemento negativo. Come si è visto dalla prima seduta anche la figura d’aiuto (l’analista a cui si era rivolto per ricevere una qualche forma di bene) gli procura un malessere tale da immobilizzarlo. Potrei parlare di questi sviluppi discontinui e tuttavia progressivi, ma non è questo il tema a cui mi sono dedicato in questo lavoro.

Ritornando al problema di cui mi sto occupando e che compare nei tre sogni riportati, possiamo dire che la separazione e l’elaborazione del lutto è un’opera che non prevede una elaborazione definitiva, una volta per tutte. Si tratta di un esercizio continuo, modulato nel tempo con intensità diversa, che ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni. E il suo movimento è oscillatorio: ossia di visitazione delle nostre parti desolate e moribonde, visitazione che s’avvicenda alla visitazione delle parti vitali, belle e creative. E’ il libero movimento, sia negli spazi del mondo interno, sia negli spazi del mondo esterno, che permette la sperimentazione della complessità dei nostri affetti. Il libero movimento segnala la sufficiente strutturazione del nostro Sé e la cifra del nostro benessere.

BIBLIOGRAFIA

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Branca V., Ossola C., Resnik S. (1984), I linguaggi del sogno, Sansoni , Firenze.

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Nathan T. (2011), Una nuova interpretazione dei sogni, Raffaello Cortina, Milano 2011

Preve C. (1994), “Considerazioni sulla fase conclusiva dell’analisi”, Riv. Psicoanal., 40, 1.

Parole chiave: sogno, movimento, spazio, cambiamento

Credits: foto di Alberto Lampignano