IL CAPPELLO DELLA BARONESSA

di Marisa Faioni

“Un dottore consultato dieci anni prima perché soffriva di soffocazioni, aveva parlato di ipertrofia. Da allora questa parola, di cui non capiva il significato, le si era fissata in testa. […] e parlava della “sua” ipertrofia, in ogni occasione e così spesso che pareva che quella disfunzione fosse una specialità sua, e le appartenesse come cosa unica su cui gli altri non avevano alcun diritto. Il barone diceva “l’ipertrofia di mia moglie”, e Jeanne “l’ipertrofia della mamma” come avessero detto “il vestito, il cappello o l’ombrello”.” (Guy de Maupassant, 1994).

I grandi scrittori, come Freud aveva ben rilevato, hanno la capacità straordinaria di cogliere e descrivere le pieghe dell’animo umano. Maupassant, in questo brano, sa penetrare attraverso i suoi personaggi in come ci accada di vivere una malattia e i suoi sintomi, tanto più se certificati da una diagnosi, come fossero effetti personali che ci portiamo sempre appresso e con cui ci identifichiamo, esattamente come accade alla baronessa; nonché di come l’ambiente possa a sua volta identificarci con essi, come accade al marito e alla figlia della baronessa. Ciò può succedere non solo nei confronti della sofferenza fisica, ma anche di quella psichica.

La malattia con la sua diagnosi diviene allora una sorta di biglietto da visita, qualcosa che ci conferisce una visibilità e uno statuto: se non possiamo essere altro, siamo almeno la nostra sofferenza riconosciuta pubblicamente.

Come poi ci avverte Maupassant, avere la <propria ipertrofia> crea anche una certa condizione di diritto, un diritto inoppugnabile a rivendicare. È ciò che Freud denominava “l’utile secondario della malattia”, un vantaggio che non rappresenta cioè la sua funzione originaria, ma che interviene in seconda battuta e che comunque contribuisce a mantenerci ad essa avvinti: può consistere, per esempio, nel riuscire, grazie alla malattia, a vincolare a sé una persona, nell’ottenere maggior ascolto e attenzione, nel venire esonerati dall’assumersi certe responsabilità, nell’affrancarsi dalle aspettative e richieste dei cari, o nel “farla pagare” in qualche modo a un familiare.

Quanto alla funzione primaria dei sintomi o di una patologia, essa è, paradossalmente, difensiva e immediatamente adattiva, in quanto volta per lo più a preservare il legame di attaccamento con i genitori o con chi per loro si è preso cura di noi nell’infanzia, un legame che è evidentemente di fondamentale importanza per la sopravvivenza tanto fisica quanto psichica: tale funzione si è sviluppata ad un certo punto della nostra storia, sebbene alla lunga la “strategia” difensiva adottata non risulti più adeguata ma anzi datata, superata cioè dal cambiamento delle condizioni attuali rispetto a quelle esistenti quando i sintomi sono insorti.

Penso a una mia paziente [1], a titolo di esempio, che, affetta dall’asma invalidante fin dalla tenera infanzia, ha dovuto rinunciare molto presto alle sue aspirazioni sia nell’ambito sportivo sia sociale (per esempio, alle gite scolastiche), e in definitiva all’acquisizione di una certa autonomia psichica e materiale. L’asma aveva il duplice significato di mettere in scena quanto soffocante fosse la relazione con la giovane nonna, a cui era stata affidata, una persona alquanto ansiosa e possessiva, e di assumersi il compito di soddisfare il bisogno della stessa di un legame simbiotico, garantendole attraverso il sintomo una vicinanza assoluta. Quando ho incontrato questa paziente la nonna era morta da tempo, ma la donna continuava a concepirsi come fisicamente malaticcia e impossibilitata ad osare qualsiasi attività che le potesse permettere di sperimentare altre parti di sé, più indipendenti, perché vissute come troppo minacciose. Minacciose per sé, a causa della presunta salute cagionevole e del suo vissuto di fragilità, ma anche per quella nonna oramai interiorizzata con le sue istanze, come una voce interna apprensiva e richiedente fedeltà assoluta [2].

In altri casi, i sintomi insorgono in ragione della necessità di dissociare una fetta della propria esperienza e del proprio sentire che i genitori non hanno potuto a suo tempo accogliere e modulare perché riecheggianti proprie emozioni a loro volta forcluse. Ma dissociare non vuol dire far sparire quelle esperienze emotive, vuol dire non poterle integrare e quindi creare le basi per una relazione col mondo mutilata e scissa. Ciò è tipico, ma non solo, dell’esperienza traumatica.

A volte sono i pazienti stessi a chiedermi all’inizio del percorso psicoanalitico una diagnosi, nella speranza che il nominare il loro malessere li aiuti ad affrontare l’angoscia che esso genera anche per la paura della propria presunta “anormalità”. In qualche modo sapere di essere collocabili all’interno di una classificazione li fa sentire comunque riconosciuti e non, in definitiva, di una supposta diversità tale da non essere in qualche modo nota e gestibile almeno da qualcun altro.

Inoltre, il denominare è un modo tipicamente umano di affrontare la paura, come se il fatto di attribuire un nome fosse di per sé in grado di depotenziare l’aspetto terrifico di ciò che è fuori dal controllo, di afferrarlo nella sua essenza e di sottoporlo al nostro dominio conoscitivo. Nella misura in cui, però, le parole possono diventare cose, cioè venire deprivate dell’anima, svuotate di ogni rimando alla valenza emotiva di ciò che nominano, in questo caso la patologia o sintomatologia, anche la diagnosi può diventare qualcosa che pietrifica e non permette di rivivere e riattraversare insieme, paziente ed analista, il malessere sotteso per plasmarlo in una forma più tollerabile e per circoscriverlo.

Infine, l’immagine di sé corrispondente alla malattia “incasellata” (“depresso”, “fobico”, ecc.) può stare al posto di un “centro di  gravità permanente”, come dice il cantautore Battiato, che ci fa percepire illusoriamente stabili. Anche quando sentiamo l’esigenza di un cambiamento per stare meglio, infatti, non è così facile abbandonare gli equilibri disfunzionali costruiti negli anni, perché l’ignoto ci fa più paura del disagio con cui conviviamo da tempo. Per questo al cambiamento dobbiamo essere accompagnati in un viaggio sentito come sicuro.

L’identificazione con la sintomatologia è anche un potente effetto dello stigma connesso alla diagnosi e al processo diagnostico; è dunque l’effetto di un meccanismo sociale che si subisce e non solo si agisce. Come ogni etichetta, la diagnosi può infatti rischiare di intrappolare in un ruolo e di appiattire la poliedricità di ogni personalità ed esistenza, perché “sarà l’etichetta a strutturare, nella percezione sociale, l’essere nel mondo delle persone etichettate” (Benasayag M., Schmit G., 2004, p.72) [3].

Il portatore di sintomi, chiunque esso sia, non è solo un depresso, uno schizofrenico, un ipocondriaco, ecc., tanto quanto,  Kafka, per esempio e per rimanere in tema di scrittori, non era solo un ossessivo-compulsivo o una personalità schizoide o un depresso o un anoressico, a seconda delle diverse diagnosi, o più di queste cose insieme, ma era anche uno scrittore, un figlio, un fratello, un impiegato di una compagnia di assicurazioni, un amico, un amante, un ebreo, un vegetariano, un uomo con uno spiccato senso dell’umorismo, un socialista, un antimilitarista, e sicuramente tanto altro ancora. Così come molte sono le dimensioni della personalità di chiunque.

Se come clinici (psicologi, psicoterapeuti e psichiatri) ci accontentiamo della diagnosi psicopatologica, rischiamo di prendere la parte per il tutto o, parafrasando Sacks, di scambiare il “cappello dell’ipertrofia” per la moglie [4], denunciando così un nostro deficit nella capacità di riconoscere e conoscere. E da quella visuale limitata rischiamo fortemente di non aiutare chi soffre ad integrare la sua personalità, contribuendo anzi a mantenerne le dissociazioni, come di non vedere le potenzialità di ciascuno, di non poter quindi fare leva sulle sue risorse. Forte di questa convinzione, cerco ogni volta di aiutare la persona sofferente che si rivolge a me a decostruire l’immagine unidimensionale di sé che spesso si è già fatta, senza per questo ovviamente sottovalutare il disagio che le procurano i sintomi con cui si presenta.

Come suggeriscono ancora lo psicoanalista Benasayag e lo psichiatra Schmit, sarebbe utile non dare per scontato l’uso delle etichette diagnostiche della patologia, ma nemmeno della “terribile e dolorosa etichetta di <normale>, per poter assumere e abitare le molteplici dimensioni della fragilità. Nelle nostre società della durezza e delle passioni tristi ci interroghiamo sullo scacco di quelli che vengono definiti <deboli>, mentre dovremmo, ci pare, interrogarci un po’ di più su ciò che viene riconosciuto come <trionfo> e successo” [5]. Penso a certi manager che mi è capitato di incontrare che vivono una vita del tutto alienata dai propri bisogni e che pure non sono socialmente percepiti come problematici, ma anzi persone riuscite e modelli da eguagliare.

Questo ci introduce al discorso intorno a quanto i disturbi psichici siano culturalmente determinati: gli aspetti socio-culturali intervengono nella stessa definizione di ciò che è ritenuto normale o patologico in ogni società, come l’etnopsichiatria ben ci segnala. Basti pensare alla definizione stessa, universalmente accettata, di delirio: “il convincersi di qualcosa in cui si crede fermamente nonostante argomentazioni o prove che affermino il contrario, e che si presenta in contrasto sia con le informazioni ricevute, sia con le convinzioni del proprio gruppo sociale“ [6] [corsivo mio].

Emblematico è anche il fatto che fino a solo poco più di quarant’anni fa l’omosessualità rientrava fra le patologie del DSM, cioè del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali redatto dall’Associazione Psichiatrica Americana [7], vera e propria “Bibbia” della psicopatologia a livello mondiale (per quanto oggi molto contestata nel suo stesso ambito scientifico[8]).

Ma variabili socio-culturali contribuiscono anche alla diffusione di determinate forme di malessere. Pensiamo all’anoressia nervosa, patologia diffusa fondamentalmente solo nel contesto delle società opulente occidentali degli ultimi decenni dove il corpo diviene anche il palcoscenico su cui esibire l’adeguatezza ai canoni di bellezza femminili che esaltano la magrezza e ai modelli dominanti di successo.[9]

Infine, dobbiamo menzionare un ulteriore rischio, oltre a quelli già segnalati e connessi al fermarsi o al partire dalla diagnosi nell’incontro con una persona:  oltre cioè – ricordiamo – al dimenticare, nascosto dietro alla classificazione, il carico di sofferenza che è associato alla sintomatologia, come si è detto nella parte prima parlando della parola diagnostica che si raffredda e diviene cosa; oltre ancora a quello di non riuscire a focalizzare la natura caleidoscopica di ogni persona; oltre al rischio ulteriore di perdere di vista le pressioni normalizzatrici del pensiero dominante che fissano la linea di demarcazione fra ciò che è ritenuto normale e ciò che è considerato deviante o malato. Va, dunque, aggiunto anche il serio pericolo di fare del classificato non più un soggetto del discorso, ma un mero oggetto dello sguardo, che si spaccia per neutrale, del sapere costituito.

In una visione relazionale della psicoanalisi, che meglio rispecchia il più recente paradigma del sapere, sappiamo che non è più possibile immaginare una conoscenza asettica e oggettivante poiché ora ci è ben noto, dalle acquisizioni di una “scienza dura”, cioè dallo statuto ben solido, come la fisica [10], che l’atto stesso dell’osservare modifica il campo dell’osservazione. Non può che derivarne che oggetto di quest’ultima deve essere l’interazione fra osservatore e osservato. L’osservatore non può perciò chiamarsi fuori e nascondersi dietro una presunta oggettività che rischia di divenire solo esercizio del potere.

[1] Il caso è modificato quel tanto necessario a rendere assolutamente non individuabile la paziente.

[2] “[…] le esperienze precoci di attaccamento vengono codificate nella mente e preservate come fattori capaci di influenzare le future relazioni del bambino e dell’adulto – con se stesso e con gli altri”. Così Wallin, 2009, p. 62.

[3] Ivi gli autori così proseguono: “Diciamo che è ancora relativamente facile per il signor Perez liberarsi dell’etichetta <>, far valere il suo diritto a essere e a esistere come molteplicità senza che si identifichi la cirrosi con la sua molteplicità. Ma è molto più difficile, se non impossibile, sottrarsi a questa etichetta per una persona diagnosticata come “schizofrenica” o catalogata come “disabile”. Al contrario, tutto ciò che riguarda la sua personalità, compreso ciò che non ha nulla a che vedere con la diagnosi o la classificazione, sarà arbitrariamente identificato come parte, sintomo e segno di tale classificazione. Si vedrà uno schizofrenico che dipinge e la sua pittura sarà quella di uno schizofrenico, si vedrà un disabile impegnarsi in politica, e sarà in primo luogo un “disabile che fa politica”.

[4] Il riferimento è alla famosa opera del neurologo Oliver Sacks L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello in cui viene descritto il caso di un uomo che, per un danno neurologico, non riusciva a riconoscere il significato visivo degli oggetti e aveva confuso la testa della moglie per il proprio cappello.

[5] In op. cit., pp. 84-85.

[6] Leff J.,1992, p. 9. Nella pagina successiva si legge “in molte società rurali di tipo tradizionale si attribuiscono alla stregoneria straordinari poteri, e questa viene attivamente praticata da molte persone sia per rafforzare il proprio successo che per contrastare quello altrui. […] i Ganda […] dividono le malattie in due categorie: quelle che si verificano spontaneamente e quelle provocate con opere di stregoneria. […] Un paziente proveniente da questo tipo di cultura che riveli ad uno psichiatra occidentale la convinzione di essere vittima di un sortilegio, verrebbe facilmente considerato affetto da un delirio. Si tratta del tipico errore risultante dalle assunzioni etnocentriche degli psichiatri; assunzioni che inducono a pensare che le convinzioni e le pratiche in uso nella propria cultura possano essere estrapolate e applicate all’interno di altre”.

[7] È nel 1974 che l’omosessualità viene cancellata dal DSM. Nella prima versione del 1952 era prevista come psicopatologia tra i “Disturbi sociopatici di Personalità”; nel 1968 rientrò nelle deviazioni sessuali, come la pedofilia, essendo collocata tra i “Disturbi Mentali non Psicotici”; nel 1974 venne appunto eliminata, ma spuntò l’”omosessualità egodistonica”, ossia quella condizione di non accettazione del proprio orientamento sessuale che viene quindi vissuto con angoscia. Anche questa voce verrà rimossa dal DSM nel 1987. Nel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) depennerà l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali definendola “una variante naturale del comportamento sessuale umano”. Ancora in Benasayag, M., Schmit, G., op. cit., p. 77, si legge: “[…] la storia insegna che è soprattutto l’azione collettiva che consente di sfuggire al determinismo dell’etichetta, come dimostrano le diverse minoranze sociali che hanno ribaltato la propria posizione nell’ordine stabilito dalla norma sociale mediante il gioco della resistenza-costruzione. È il caso, per esempio, delle comunità omosessuali”.

[8]  Si veda, in proposito, per esempio, il sito http://stop-dsm.com e per la versione in italiano del manifesto: http://stop-dsm.com/index.php/fr/component/content/article?layout=edit&id=16.

[9] Con questo, lungi da me sostenere, ovviamente,  che l’anoressia insorge solo in ragione dei modelli culturali dominanti, poiché ciò sarebbe molto riduttivo. Inoltre, va detto che l’anoressia è sempre esistita, basti pensare alle sante anoressiche, ma un tempo era meno diffusa.

[10] È il principio di indeterminazione enunciato nel 1927 dal fisico Heisenberg, secondo cui, fra l’altro è inevitabile l’interazione tra soggetto osservante e oggetto osservato, a condurre a profonde rivisitazioni epistemologiche,  di filosofia della scienza, in ordine cioè al modo di costruire il sapere.

Bibliografia

Benasayag M., Schmit G. (2003), L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004

Leff J., Psichiatrie e culture (1988), Edizioni Sonda, Torino, 1992

Maupassant, G. (1883), Una vita, Einaudi, Torino, 1994

Sacks, O. (1985), L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi, Milano, 2001

Wallin, D. J. (2007), Psicoterapia e teoria dell’attaccamento, Il Mulino, Bologna, 2009

http://stop-dsm.com

Parole chiave:

diagnosi, processo diagnostico, identificazione con la diagnosi, utile secondario della malattia, funzione adattiva della sintomatologia, stigma sociale derivante dalla diagnosi, esercizio del potere, caso clinico

Credits: foto di Marisa Faioni